State buoni , Se potete - San Filippo Neri ...

State buoni , Se potete - San Filippo Neri ...
State buoni , Se potete - San Filippo Neri ... Tutto il resto è vanità. "VANITA' DELLE VANITA '> Branduardi nel fim - interpreta Spiridione. (State buoni se potete è un film italiano del 1983, diretto da Luigi Magni, con Johnny Dorelli e Philippe Leroy).

venerdì 14 marzo 2014

UN’ATTESA LUNGA E DIFFICILE

Proponiamo questa bella testimonianza raccolta dall’amica Paola per continuare a discutere e a ragionare sul tema dei fedeli divorziati.

UN’ATTESA LUNGA E DIFFICILE

DI AUTORI VARI

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Mi chiamo Marta e scrivo per dare il mio contributo all’amata Chiesa in tema di matrimonio, separazione e dichiarazione di nullità.  Nel 1994, quando avevo appena compiuto 24 anni ed ero molto attiva nella mia parrocchia come catechista, membro del coro e volontaria vincenziana, ho “creduto di sposare ” un ragazzo incontrato nell’ambito del Cammino Neocatecumenale di una chiesa non lontana dal mio quartiere. Una persona non italiana, appartenente al patriarcato copto della chiesa ortodossa, che mi si è presentata con una storia di vita che dopo 7 anni si è rivelata completamente falsa. E così nel 1999, dopo due figli (che allora avevano 7 e 25 mesi), svariate peripezie e molte lacrime, l’ho visto scomparire dalla mia vita così come vi era entrato.
Negli anni successivi il mio padre spirituale ha iniziato a parlarmi della possibilità di sottoporre la mia storia al tribunale ecclesiastico e, malgrado le mie titubanze iniziali, ho scelto di fidarmi di lui ed ho intrapreso quella strada. Un po’ per le mie difficoltà economiche e un po’ per la convinzione di “aver diritto” ad un processo gratuito – o quasi – visto il mio impegno nella Chiesa dal giorno in cui ho ricevuto la Cresima (all’età di 14 anni), ho scelto di avvalermi di un patrono stabile (avvocati privati sono arrivati a chiedermi 8.000 euro per seguirmi e ben 180 per una consulenza, in un periodo in cui i miei figli ed io vivevamo con 400 euro al mese).
Tra una cosa e l’altra, il processo ha avuto inizio nel 2006 e, malgrado l’evidente invalidità dovuta ad incapacità ed inganno, si è concluso solo nel 2011, con la dichiarazione di nullità.
E allora mi domando: siamo proprio sicuri che questo sistema funzioni al meglio delle proprie potenzialità?
Intendiamoci, si tratta di un percorso importante, che sono solita definire “catartico”, perché consente di rivedere la propria vita e le proprie scelte, che “spiega” alcuni misteri del nostro io e che è certamente necessario per chi cerca la Verità. Ma proprio per queste ragioni mi permetto di richiamare l’attenzione su almeno due aspetti assolutamente contraddittori di questa realtà: la cattiva informazione ed il fattore tempo.
Mi spiego: trovo incredibile che nell’era di Internet e della cultura generalizzata si faccia ancora fatica ad accedere ad informazioni corrette in tema di nullità matrimoniale. Nel mio percorso ho incontrato parrocchiani che parlano di “annullamento” (come se la Chiesa avesse il potere di annullare un Sacramento), catechisti che non conoscono il funzionamento di un processo canonico e persino parroci che impediscono a chi ha subìto una separazione di leggere durante le celebrazioni…
Naturalmente poi la cattiva informazione scoraggia le persone che si trovano in situazioni “irregolari” dall’accedere ai tribunali ecclesiastici per fare verità e le fa sentire “fuori” dalla comunità ecclesiale.
Il secondo scandalo è la lungaggine burocratica che ha ripercussioni delicatissime sulla vita delle persone. Mi riferisco al fatto che molte coppie di conviventi rimangono per tanti anni in stato di peccato grave, privati del sostegno dell’Eucarestia, solo perché una banale carenza di personale nei tribunali lascia le pratiche giacere sui tavoli per mesi e mesi (ricordo che parliamo della VITA della persone!!).
La mia proposta, ferme restando le attuali norme del diritto canonico, è che la Chiesa si doti di uno strumento più agile ed eventualmente più decentrato per analizzare i singoli casi, tutti diversi, tutti dolorosissimi e tutti degni di attenzione (come ha recentemente ricordato Papa Francesco).
Tra l’altro, richiamando laFamiliaris consortio del beato Giovanni Paolo II, vorrei sottolineare il fatto che la stragrande maggioranza delle persone che ricorrono al tribunale ecclesiastico desidera vivere in comunione con la Chiesa, normalmente non ha scelto la separazione e cerca attraverso la realizzazione della propria vocazione matrimoniale di formare una coppia ed una famiglia che tenda alla santità. Spesso poi la nuova unione potrebbe consentire anche una migliore e più piena integrazione nella Chiesa.
Per tornare a me, dopo 14 anni dalla mia separazione, sono ancora in attesa dei tempi della Chiesa, questa volta perché si pronunci ufficialmente circa il matrimonio del mio fidanzato. Infatti, nonostante i nostri 44 anni, i 4 anni di fidanzamento e la piena convinzione della nullità anche del suo matrimonio, abbiamo scelto di attendere la sentenza di un processo iniziato nel 2011, anziché sposarci civilmente o intraprendere una convivenza. Questo, tanto per capirci, significa che, per obbedienza alla Chiesa e certi che il Signore ci donerà altre gioie, abbiamo rinunciato ad avere dei figli (uno dei nostri sogni più grandi) e a condividere la nostra quotidianità (un’esigenza propria di ogni coppia).
Oggi, su richiesta del mio parroco, sono nuovamente una catechista, pronta ad accogliere la sofferenza di tanti figli di genitori separati e lo sfogo di tante mamme e tanti papà, che vorrei smettessero di sentirsi emarginati dalla Chiesa.
Per completezza, intendo anche testimoniare la mia totale adesione ai temi della vita, la mia vicinanza al “Movimento per la Vita” e alle sue molte iniziative, il mio impegno per favorire la conoscenza dei metodi naturali per la regolazione delle nascite e le mie battaglie anti-abortiste.
In conclusione, credo fermamente che siamo tutti chiamati a farci vicini a chi ha sperimentato il fallimento del proprio matrimonio, a donare speranza e conforto, ma anche strumenti concreti per superare una condizione di disagio ed oggettiva ambiguità.
 Marta

Per l'inaugurazione della "corona misterica" ...

Mestre
Domenica 16, alle 16.00, la benedizione dell’opera nella chiesa di S. Giovanni Evangelista

IL PATRIARCA DI VENEZIA E KIKO ARGÜELLO INSIEME ALL’INAUGURAZIONE DELLA CORONA MISTERICA DI MESTRE







Sono 120 metri quadrati di dipinto che, abbracciando l'assemblea, vogliono rendere presente il Cielo, vogliono dire che Dio è presente in mezzo al suo popolo. E' teologia visiva, quella che si può vedere nella chiesa di S. Giovanni Evangelista a Mestre: un aiuto alla preghiera e alla contemplazione, fa notare il parroco don Giovanni Frezzato.
Sarà lui a fare da padrone di casa nel corso di una cerimonia che rimarrà scritta nella storia della parrocchia. L'appuntamento è per domenica 16 marzo, alle ore 16.00, in chiesa. Per l'inaugurazione della "corona misterica", il ciclo pittorico realizzato da Kiko Argüello e dai suoi aiutanti, arriverà in via Rielta il Patriarca Francesco per portare la sua benedizione. E sarà presente lo stesso Kiko, iniziatore del Cammino neocatecumenale, presente in più di 900 diocesi di 105 nazioni, con oltre 20 mila comunità in 6.000 parrocchie.
Oltre alle autorità cittadine, sono stati invitati anche i rappresentanti della Chiesa ortodossa locale. L'affresco fonde infatti il gusto contemporaneo – l'innovazione portata nella pittura dal cubismo – con la tradizione orientale degli iconografi, Andrej Rublëv in particolare.
Si prevede che la chiesa non basti per accogliere tutti quelli che vorranno essere presenti. Per questo è stato allestito nel campo parrocchiale un tendone, con un maxischermo che trasmetterà le immagini della cerimonia. Ci saranno i saluti del parroco e l'illustrazione dell'opera da parte di Kiko; seguirà una breve liturgia della Parola con un pensiero del Patriarca e la benedizione. Al termine, sarà offerto a tutti i presenti un buffet.
L'illustrazione delle 13 maxi-icone, la fotostoria della nascita del dipinto e la storia della parrocchia sono state raccolte in un volume, disponibile in parrocchia. (P.F.)

Solo Dio può dire per sempre

“l’amore è molto più a forma di croce che non di cuore. Di questo annuncio il mondo ha un bisogno disperato”


Solo Dio può dire per sempre
Sul Foglio del 6 marzo Costanza Miriano scrive un articolo sul tema della famiglia, oggetto del prossimo sinodo dei vescovi. Riporto alcuni passi: “Il paradosso dell'amore è che due infiniti bisogni di essere amati si incontrano con due limitate capacità di amare. Sono domande che solo a partire dal '900 sono diventate di massa in Occidente, dove si è affermata la visione romantica dell'amore, quell'amore ideale ed emotivo che non resiste all'impatto con il reale, e che vive solo…nell'attesa mai compiuta del congiungimento (che è esattamente il motivo per cui i film finiscono al bacio finale, tendina, the end, disperazione della spettatrice che non sa mai come vivranno insieme lui e lei, se saranno felici, quanti figli avranno, mai, in nessuno dei film caposaldo dell'educazione sentimentale delle fanciulle: Cenerentola, Harry ti presento Sally, Cime tempestose, Pretty Woman e via baciando)”. “A me interessa che la Chiesa m’insegni che il cuore va educato, e che mi ricordi che l'uomo da solo non è buono, non è capace di amare, che solo Dio con la sua tenerezza infinita per l'uomo può dire per sempre, che ci si sposa in tre, io, lui e Dio, e che la fedeltà è una lotta, è non smettere di lavorare sul matrimonio, è ricondurre ogni sera lo sguardo, a volte è anche come mordere un sasso…”. E conclude: “l’amore è molto più a forma di croce che non di cuore. Di questo annuncio il mondo ha un bisogno disperato”. In sintesi: soltanto se si è di Cristo si capisce il matrimonio cristiano.

giovedì 13 marzo 2014

“tentazione della verità” ...

La “tentazione della verità”

Duri e puri?

DI ANDREAS HOFER
...è una tentazione che mi tocca da vicino, molto vicino. Sempre viva, questa che chiamerei la “tentazione della verità”, alla quale spesso e volentieri ho ceduto e cedo ancora. Quindi via ogni riferimento a terzi o velleità da “primo della classe dei virtuosi”. Ciò che scrivo si riferisce prima di tutto a me stesso, anche se ritengo che altri possano riconoscersi in questo mio percorso di vita e forse trarne qualche spunto utile a non ripercorrere i miei stessi errori.
È un discorso molto delicato, sempre a rischio di banalizzazione e perciò fonte di malintesi, polemiche velenose e così via. Cerco di articolare meglio che posso quanto intendo dire, senza pretesa di esaustività. Se posso permettermi un consiglio, è straordinaria la maniera in cui ne scrive Fabrice Hadjadj nel suo bellissimo Anti-manuale di evangelizzazione (tutto quel che scrive Hadjadj non è semplice “teoria” o “dottrina”, sono “ruminazioni” che toccano corde profonde, favoriscono un incontro personale che coinvolge tutta la persona).
Occorre prima di tutto guardarsi dal confondere la fede cattolica con la militanza in una sorta di “partito religioso” così come dall’intellettualismo esasperato che riduce la fede (che è “fare credito a Dio”, una comunione spirituale con Cristo, un rapporto vivo e personale) a ideologia. L’unione dello zelo e dell’impazienza rischiano di portare il cattolico fervoroso a mutarsi in un “cattolicista” che “milita” nel cattolicesimo come “militerebbe” in un partito politico. Crede di dover trasmettere una semplice dottrina, una “conoscenza”, un possesso intellettuale, un pensiero collettivo. Da qui il dualismo sociologico tra una élite di puri e duri “illuminati” e la massa dannata di “non illuminati”, meritevole unicamente di disprezzo.
L’errore del “cattolicista” è di valutare troppo poco l’uomo. L’uomo non è un animale, così le verità della fede non sono stimoli nel senso pavloviano del termine. Non basta “enunciare” la verità e aspettarsi che l’uomo alzi la zampa in segno di assenso. Se così fosse l’obbedienza della fede sarebbe la risposta a una serie di slogan, a una serie di parole d’ordine, e l’uomo sarebbe niente altro che un homo zoologicus. L’uomo invece è libero perché in lui c’è anche lo spirito. In questo senso la “risposta negativa” va messa in conto per tanti motivi. In primo luogo per l’inadeguatezza dell’annunciatore, che spesso annuncia solo una verità troppo umana o perfino deformata. In secondo luogo perché il Vangelo pretende di conoscere il cuore di ogni uomo meglio di quanto egli stesso lo conosca. E questa pretesa è tanto provocante e intensa da poter suscitare, di primo acchito, una feroce reazione negativa.

Quindi il rigetto può avvenire tanto perché si è capito male il Vangelo, per l’inadeguatezza dell’annunciatore umano, quanto perché lo si è inteso benissimo ma si rifiuta di risconoscersi insufficienti rigettando la grazia in nome di una “morale della padronanza di sé”.
Il problema, non di poco conto, è che per una creatura è impossibile giudicare cosa sia davvero avvenuto nel cuore di un’altra creatura, in primo luogo se si trovi o meno in stato di ignoranza invincibile. Creatura che ad ogni modo reca sempre in sé il calco di Dio almeno come presenza di creazione (forse anche di grazia, ma non lo sappiamo). Questo non ha nulla a che vedere col buonismo del “volemose ben”, che annacqua l’annuncio onde evitare ogni scontro, cioè la manifestazione esteriore della reazione negativa interiore.
Perciò non bisogna confondere la “santa ira”, o la “ira moderata” di cui parla san Tommaso d’Aquino, con l’indignazione farisaica. La prima è quella forte passione con cui il cristiano “incarna” la resistenza al male, è una sorta di “supporto emotivo” con cui diamo forza ed efficacia alle nostre azioni buone che, altrimenti, resterebbero allo stato potenziale, ineffettive. Un magistrato che nell’esercizio delle sue funzioni non fosse spinto da una forte passione per la giustizia è a rischio. Rischia di diventare un mero funzionario capace di servire indifferentemente anche un ordine giuridico di stampo nichilista. Gli esempi attuali si sprecano.
La santa ira è espressione di misericordia. La misericordia non è, come spesso alcuni sembrano credere, la semplice “tenerezza”. Misericordioso è chi prova afflizione per il male (fisico e morale) che ha ghermito un’altra creatura come se avesse colpito se stesso. E per questo vorrebbe levarle quel peso, liberarla dal male che l’aggredisce.

Questo è il fondamento dell’ira di Dio, è il motivo per cui le Scritture Gli attribuiscono la gelosia: vedere la propria creatura che si autodistrugge e reagire con forza per rammentarle che il suo posto non è insieme ai porci nel pantano a mangiar ghiande, ma sono le nozze eterne con lo Sposo, il Dio-Creatore. Non bisogna dare letture troppo “umane” dei passi evangelici e interpretare le “parole dure” di Gesù come un salvacondotto che legittimi le nostre personali rudezze. Bisogna sempre chiedersi se la nostra durezza è ispirata da questo amore infinito e misericordioso oppure da moventi assai più terreni. Altrimenti diventiamo delle maschere teatrali, degli imitatori scadenti e superficiali, rischiando di infliggere ferite molto profonde al nostro prossimo.
L’indignazione è tutt’altra cosa: è quello stato d’animo sentenzioso, giudicante e risentito di chi si sente interiormente “giusto”, perennemente in cerca di “colpevoli” da additare. “Indignati” sono tutti gli “incorruttibili” della storia, l’eterno “partito dei puri” che comprende coloro che sono soliti presentarsi, alla stregua dei farisei, come i “più giusti dei giusti” . Questa falsa purezza si presenta sempre sotto forma di ipersensibilità allo scandalo. Stracciarsi le vesti con troppa frequenza, come Caifa “scandalizzato” di fronte a Gesù per le sue “bestemmie”, è il sintomo di un’anima che non sente più bisogno di conversione. Cieca di fronte al proprio male, vede solo quello altrui. Non vedere in sé alcuna traccia di male equivale ad esserne pervasi al punto da essere divenuti ciechi. Per questo qualcuno ha detto che l’attitudine all’indignazione permanente è indice di una grande povertà di spirito.

Il “puro” ha una necessità assoluta, quasi fisiologica, dello “scandalo”, è il suo rifugio psicologico. E’ la cosiddetta “memoria negativa”. Il “puro” ha bisogno di sentirsi moralmente superiore. Perciò ricorda e nota solo ciò che conferma la sua convinzione di vivere in un mondo orribile.
È una tentazione cui tutti siamo soggetti (di chi scrive per primo, ripeto a scanso di equivoci): usare le cose sante della fede come valvola di sfogo del nostro malessere, ripetere ossessivamente che tutto va male, denunciare le cospirazioni dei malvagi per sentirci migliori. È umano cadere ed è sbagliato anche essere troppo duri con se stessi. Ma la tentazione va riconosciuta come tale per poter essere contrastata. In caso contrario rischiamo di cadere inavvertitamente nella tentazione del «Signore degli Anelli»: combattere il male con gli strumenti forgiati dal Signore oscuro. Col rischio, poco alla volta, di finire per assumere le sue sembianze.

sempre dal blog di Costanza Miriano

13 MARZO 2014

La foglia di Vite

DI ANDREA TORQUATO GIOVANOLI
La foglia di vite
di Andrea Torquato Giovanoli
Lo confesso: ho un passato da artigiano.
Poi le circostanze della vita mi hanno chiamato ad un diverso esercizio dei talenti concessimi, ma dentro rimango un artigiano, e lo sa bene mia moglie, quando sopporta che io rubi tempo alla nostra famiglia facendo castelli di Lego (d’inverno) e castelli di sabbia (d’estate).
Continua a leggere 

mercoledì 12 marzo 2014

Folla per Costanza Miriano che elogia la differenza tra maschile e femminile: «La Chiesa è oggi l'unica realtà che dice la verità sull'uomo»


La Chiesa è oggi l’unica realtà che dice la verità sull’uomo

DI COSTANZA MIRIANO
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Cremona – Chi si aspettava una “geremiade” sul declino della società o sulle lobby gay che mirano a imporre l’ideologia gender, è rimasto deluso. Costanza Miriano, giornalista di Rai Vaticano e autrice di libri di successo come «Sposati e sii sottomessa» e «Sposala e muori per lei», nella serata di martedì 11 marzo, ha parlato della grandezza del matrimonio cristiano, della salutare differenza tra maschio e femmina, del ruolo della donna nella famiglia.
Oltre 250 persone – ma un centinaio sono rimasti fuori – hanno accolto l’invito dell’ufficio diocesano per la famiglia, del Centro Culturale S. Omobono, dell’Azione Cattolica, della Federazione Oratori Cremonesi e del Movimento della Vita riempiendo, in ogni ordine di posto, il grande salone di Palazzo Cittanova a Cremona
Continua a leggere sul sito della diocesi di Cremona. Sullo stesso sito è possibile ascoltare e scaricare i files audio della serata. Clicca QUI

La neoministra col pancione che difende vita e famiglia

La titolare del Dicastero della Semplificazione e Pubblica amministrazione in un'intervista del 2008 disse: "Un Paese che non fa figli non ha futuro. La famiglia è il presupposto per questa crescita"

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C’è un’intervista di qualche anno fa che sta riemergendo dall’oblio in queste ore, destando un po’ di sorpresa. Forse perché in pochi si sarebbero aspettati parole a difesa dei diritti del nascituro, della famiglia e contro l’eutanasia da parte di un ministro del Partito Democratico. Il ministro è la trentatreenne romana Marianna Madia, nominata da Matteo Renzi lo scorso 22 febbraio al dicastero della semplificazione e pubblica amministrazione.
La giovane Madia, madre e moglie nonché in dolce attesa di un secondo figlio, rilasciò nel 2008, anno della sua prima elezione a Palazzo Chigi, un’intervista a Il Foglio di Giuliano Ferrara, il quale aveva appena fondato un partito definito “di scopo” dal nome “Aborto? No grazie”.
A proposito di questo tema, la Madia affermò: “L’aborto è il fallimento della politica, un fallimento etico, economico, sociale e culturale”. Precisò di essere “per la libera scelta della donna”, ma si disse “certa” che “se si offrisse loro il giusto sostegno, le donne sceglierebbero tutte per la vita”.
Spiegò poi con queste parole la sua sensibilità nei confronti dell’inizio e fine vita: “Io sono cattolica praticante, e credo che la vita la dà e la toglie Dio, noi non abbiamo diritto di farlo. Certo è che anche per esperienza personale mi sono resa conto di quanto sia sottile la linea di demarcazione tra le cure a un malato terminale e l’accanimento terapeutico nei suoi confronti”.
Non esitò tuttavia a pronunciare un secco “no all’eutanasia”. “Penso - proseguì - che l’oltrepassamento di quella linea sottile vada giudicato, in certi casi, da un’équipe di medici; comunque non dal diretto interessato o dai suoi parenti”.
La Madia non si sottrasse poi a delle domande sul tema della famiglia. “Personalmente quando parlo di famiglia, e della sua relativa tutela, mi riferisco a quella che sta nella Costituzione”, il suo pensiero.
Idee chiare anche sulle unioni civili. “La libertà personale va rispettata sempre - disse la Madia -, per cui se due persone decidono di assumere pubblicamente diritti e doveri reciproci devono essere tutelate dalla legge”. Unioni che non vanno però confuse con l’istituto familiare. “Ma certo è - proseguì la giovane del Pd - che se si parla di famiglia io penso a un uomo e una donna che si sposano e fanno dei figli. Scegliendo per la vita”.
Già, la vita. Tutelarla e incentivare a generarla è l’esercizio necessario di una nazione che guarda con fiducia e coraggio verso l’avvenire. “Un Paese che non fa figli non ha futuro. La famiglia - concluse Marianna Madia - è il presupposto per questa crescita”.
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Un figlio ha sempre un padre e una madre, non un "genitore 1" e un "genitore 2"
L'europarlamentare Cristiana Muscardini si batte contro la tendenza, diffusa in alcuni Stati, di intervenire nella modulistica scolastica con termini stravaganti
C’è qualcuno, nelle aule parlamentari dell’Unione europea, che si attiva per difendere il diritto dei bambini di chiamare madre e padre i propri genitori. Diritto apparentemente ovvio, banale, inutile da rivendicare. Eppure, stando a una modulistica scolastica che sembra diffondersi a macchia d’olio in alcuni Paesi Membri, anche questo diritto lapalissiano appare inopinatamente calpestato.
È per questo che la scorsa settimana si è mobilitata l’onorevole Cristiana Muscardini, battagliera donna piemontese passata dalle file del Msi ad An, dal Pdl alla breve esperienza con Fli, fino alla fondazione del movimento Conservatori e Social Riformatori, che aderisce in Europa al Gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei. L’eurodeputata ha scritto di suo pugno una lettera alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo e un’interrogazione parlamentare.
Lo scopo? “Arginare un fenomeno che prende sempre più piede, quello di una burocrazia che travisa la realtà per favorire un presunto politically correct”, confida a ZENIT. “In numerosi Paesi Membri e in parecchi enti locali in Italia - approfondisce la Muscardini - nella modulistica si stanno sostituendo, ove presenti, i ruoli di mamma e papà con queste figure mitologiche in ordine gerarchico, ‘genitore 1 e 2’”.
All’onorevole Muscardini questa tendenza appare grottesca. “Non lo possiamo accettare - dice - non per ragioni ideologiche o religiose, ma soprattutto perché va contro la realtà dei fatti e la legge di natura: un figlio ha comunque un padre e una madre, conosciuti o meno che siano”.
Quando le chiedo quanto l’Unione europea, pur non avendo competenza su certi temi, stia incoraggiando una cultura che mina il concetto tradizionale di famiglia, l’onorevole Muscardini risponde in modo molto schietto. “Dal rapporto Estrela al rapporto Lunacek - ricorda -, praticamente ad ogni sessione plenaria ci troviamo a discutere di legislazioni che puntano a regolamentare con normative europee la sessualità delle persone”.
Se il rapporto Estrela è stato fatto uscire dalla porta, i principi in esso contenuti sono rientrati a Strasburgo dalla finestra con il rapporto Lunacek, approvato il mese scorso dal Parlamento europeo. La Muscardini ritiene “senza dubbio lodevole” l’iniziativa del rapporto di contrasto all’omofobia. Tuttavia, ne traccia dei “contorni parecchio labili e che potrebbero minare la libertà di espressione verso chi, senza essere omofobo, critica alcune impostazioni familiari e le normative per regolarle”.
Inoltre, spiega preoccupata l’europarlamentare a proposito di questo rapporto, “mira a portare nelle scuole, fin dall’infanzia, qualcosa di molto simile a quello che molti chiamano ‘ideologia gender’ e, soprattutto, entra nel campo dei diritti familiari che sono di competenza degli Stati Membri”. Il parere della Muscardini è che “si tratta di un segnale, che alcuni gruppi all’interno del Parlamento hanno voluto dare alla società”. Ma visto che “non avrà un grande impatto dal punto di vista legislativo”, l’europarlamentare lo confina all’ambito della mera “propaganda”.
La Muscardini auspica invece un’attenzione da parte dell’Ue rispetto a questioni più stringenti. “È molto strano - afferma - che a fronte di tanto attivismo sul piano della sessualità ci sia un colpevole silenzio sulla situazione dei bambini in Europa”. Il suo riferimento è allo Jugendamt, “l’Istituto tedesco che - spiega -, nel caso di figli di coppie binazionali impone che i bambini, figli di un genitore tedesco, debbano vivere in Germania, parlare il tedesco e praticamente non avere rapporti con il genitore non tedesco, la sua famiglia e la sua cultura”. “In un’Europa che ha liberalizzato merci e persone - la riflessione della Muscardini -, i bambini continuano a non avere diritti simili nei vari paesi dell’Unione e questo non porterà in breve tempo alla nascita e crescita dell’Unione stessa”.
Tornando al suo impegno contro la modulistica stravagante, emerge dal testo dell’interrogazione parlamentare che ha presentato a Strasburgo una proposta alternativa ai termini “genitore 1” e “genitore 2”. “Nella società moderna - spiega la Muscardini - ci sono anche tutori, affidatari, coppie omosessuali, genitori divorziati e risposati, madri single; una serie infinita di casistica che potrebbe rientrare sotto il termine ‘altro’ che, appunto, propongo come alternativa nella mia interrogazione”. Sostiene l’inserimento della categoria “altro”, a fianco di quelle di “mamma” e “papà” perché - dice - “è una proposta inclusiva e non esclusiva”.
A suo avviso, questa proposta offrirebbe il diritto di vedersi rappresentate in ambito burocratico alle “diverse figure familiari sempre più diffuse”. “Non bisogna pensare solo alle coppie gay, che a dirla tutta non sono molte - prosegue -, ma anche ai nonni, agli zii, ai tutori e alle persone che adottano o hanno in affido bambini orfani o costretti a separarsi dai genitori per situazioni problematiche”. Le chiedo se si tratta di una proposta concreta o piuttosto di una provocazione. Mi risponde che “più che provocazione la mia è una proposta inclusiva e di buonsenso”. Dopo un sospiro, ecco infine la sua chiosa: “Ma nell’Italia di oggi ormai il buonsenso è diventato una provocazione”.
Federico Cenci
Fonte: Kairos 

sabato 8 marzo 2014

Amo i maschi perchè...


Amo i maschi perché si prendono selvaggiamente a colpi di spada di legno per contendersi il titolo di Supremo Sovrano del Corridoio, e tredici secondi dopo essersi scannati si dividono maschiamente una bottiglia di coca cola, per poi ricominciare a giocare come se niente fosse.Li amo perché non faranno mai uno psicodramma, come le loro coetanee, non scenderanno negli abissi singhiozzanti della disperazione solo perché qualcuno “mi ha detto che sono cattivaaaa”.Li amo perché il massimo della ripicca che possono concepire è un calcio, e non faranno mai perfidi commenti sottovoce sul colore della maglietta della loro nemica, alle sue spalle.Li amo perché sono il modello base, la fiat 127 del genere umano: senza optional ma solidi e irrinunciabili.Amo gli uomini quando montano mensole, riempiono buchi con lo stucco, trovano canali e accroccano soluzioni. Quando non vogliono fermarsi a chiedere la strada, e alla fine, pur facendo sei volte il giro della piazza la trovano, mantenendo un dignitoso contegno.Li amo anche se fanno domande e poi quando lei comincia a rispondere escono dalla stanza.Li amo quando, interrogati: “ti ricordi quello che ti ho detto ieri di Annalisa?”, con gli occhi persi nel vuoto frugano affannosamente nella memoria e fingono di sapere bene e rispondono a monosillabi per non tradirsi, per non lasciar trapelare che del segreto dell’amica si sono dimenticati nell’istante stesso in cui glielo avete solennemente confidato.Amo l’uomo anche quando ha lo sguardo assorto, si chiude nel silenzio e nel lasso di tempo in cui voi vi convincete, in una escalation di pessimismo, che presto vi dirà che il vostro rapporto è al capolinea, loro in realtà hanno elaborato complessi pensieri del tenore di: quasi quasi ordino una pizza; questo divano è scomodo; speriamo che esonerino l’allenatore.Amo gli uomini perché senza le femmine sono totalmente disabili alla vita sociale, si aggirano nel mondo persi e disadattati. Li amo perché ci fanno sentire indispensabili.Amo come scrivono, come suonano, come cantano. Li amo perché loro sì che hanno gusto nella musica, nell’architettura, nell’arte.Amo gli uomini perché sanno mantenere uno sguardo di insieme, e analizzare lucidamente le economie globali, ma non riusciranno a concepire un piano organizzativo che riesca a conciliare pediatra e lezione di danza e merenda.Li amo anche quando, certi dell’amore della loro diletta – che trascorre ore a cercare di mantenere un accettabile livello estetico, a levigarsi e profumarsi e depilarsi ogni area critica – gironzolano per casa con abiti informi.Li amo anche quando buttano le chiavi di casa nel cassonetto della spazzatura, si confondono i giorni della settimana e gli amici dei figli, portano trionfanti a casa buste della spesa piene di oggetti inutili.Li amo perché non si perdono nei dettagli, e sanno mantenere salda la bussola, ed essere lucidi e razionali e affidabili quando noi precipitiamo nei gorghi misteriosi che ci portiamo dentro.Li amo perché fanno il lavoro grosso per noi, e quando noi complichiamo troppo le cose, sanno invocare al momento giusto il Grande Capo Estiqaatsi.Amo gli uomini perché sono loro il nostro regalo per l’8 marzo.