State buoni , Se potete - San Filippo Neri ...

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State buoni , Se potete - San Filippo Neri ... Tutto il resto è vanità. "VANITA' DELLE VANITA '> Branduardi nel fim - interpreta Spiridione. (State buoni se potete è un film italiano del 1983, diretto da Luigi Magni, con Johnny Dorelli e Philippe Leroy).

mercoledì 12 febbraio 2014

“UN CORAGGIO ENORME, UNA UMILTA’ INFINITA”. Dialogo con Bergoglio dieci minuti dopo le dimissioni di Benedetto XVI

I due papi 600

“UN CORAGGIO ENORME, UNA UMILTA’ INFINITA”. Dialogo con Bergoglio dieci minuti dopo le dimissioni di Benedetto XVI

Un anno passa in fretta. Ci pensavo ieri. Un anno fa gli avevo telefonato. Per sospendere un appuntamento che mi aveva dato. Avremmo dovuto vederci undici giorni dopo, ma io non potevo più andarci e in quel momento non potevo certo pensare che anche lui non avrebbe potuto esserci.
“Grazie per avvertirmi” mi ha detto. “Così tuo fratello ha deciso di non compiere gli anni! Digli che se anche non li festeggia li fa lo stesso. Meglio festeggiarli perché il tempo passa comunque”.
Si ricordava meglio di me il motivo dell’udienza e del viaggio sospeso. Dovevo avvisarlo che non avrei potuto andare perché disponesse a suo piacere del tempo che mi aveva promesso, ma non potevo nemmeno evitare di menzionare la notizia ascoltata, appena vista dieci minuti prima di chiamarlo, e gli ho chiesto: e adesso cosa succede? La risposta è stata: “Non lo so. Passa tutto in tempo reale. Per te e per me. Anch’io l’ho appena saputo”. Nessuno scoop giornalistico. Poi la sua domanda: “Ci scriverai su?”. Non ho scelta, ho risposto. “Allora devi partire dall’idea che per prendere una decisione così bisogna avere un coraggio enorme e una umiltà infinita. Partendo da questo punto non ti puoi sbagliare”.
Ad un anno di distanza da quell’annuncio l’immagine dell’uomo, fisicamente sopraffatto ma moralmente e spiritualmente intatto, che rinuncia al papato, torna mostrando che il “coraggio enorme e una umiltà infinita” erano le condizioni sine qua non per poter prendere una decisione come quella.
Joseph Ratzinger, il Papa Emerito Benedetto XVI, oggi deve avere la pace interiore che proviene dal sapere che ha operato bene, rettamente, secondo la propria coscienza e per il bene della sua Chiesa. Ben più facile sarebbe stato lasciarsi trascinare! Percorrere la strada in discesa dell’assenso allo status quo, al potere in ultima analisi, e, dietro il potere, all’impossibilità di cambiamento che si celava.
Nessuno può negare che in questo tempo la Chiesa sia cambiata e il primo cambiamento è stato quello, quasi incredibile nel succedersi dei secoli, di un Papa che si dimette.
La notizia ha sconcertato chi meno ci credeva, chi sperava in una nuova cappa di vernice sulle altre già spalmate. Per un momento ci hanno creduto, ma per un momento solo. Poi si sono scagliati con indignazione contro quel ribelle che si rifiutava di stare lì, rigido e irrigidito, sino alla morte. Per questa ragione, e per molte altre, bisognava avere “un coraggio enorme e una umiltà infinita” per fare quello che Benedetto XVI ha fatto.
Un gesto di coraggio, e di umiltà allo stesso tempo. Un gesto semplice e inedito – storico lo si è qualificato – per risuscitare speranza. Joseph Ratzinger ha avuto il coraggio e l’umiltà di spalancare le porte della Chiesa al terzo millennio.
Diciamo molte volte che non si possono chiedere gesti di coraggio agli anziani perché il coraggio loro se lo devono riservare tutto per il momento in cui dovranno affrontare la morte. Anche per questo il suo esempio è stato grandioso. Poteva rannicchiarsi sotto le coperte della vecchiaia che giustifica tutto, invece il vecchio soldato ha usato le forze residue non per se, per il proprio benessere, ma per il destino della Chiesa e ha aperto le porte alla possibilità di una rinascita. “Un coraggio enorme e una umiltà infinita”. Forse non li aveva in nella quantità che ha mostrato, forse li ha ricevuti per poter compiere quest’ultima opera.
E’ curioso che chi me l’ha sottolineato non prevedesse la parte che avrebbe avuto in questa storia.
“Allora quando vieni a Buenos Aires?” mi ha chiesto. Non so, a marzo, ad aprile… quando mio fratello si deciderà a fare gli anni e invitarmi al festeggiamento, gli ho risposto.
“Meglio se facciamo così; io adesso devo andare a Roma, al Conclave. Al ritorno ti chiamo e ci mettiamo d’accordo su quando possiamo vederci”.
Non da profeta, ma da chi vuol fare una battuta, gli ho detto: E se non torni?
Non è tornato.

lunedì 10 febbraio 2014

Maschi e femmine

DI COSTANZA MIRIANO


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Ho due figli maschi e due figlie femmine. I maschi sono venuti prima, tappezzando la mia casa, appena sono stati dotati della facoltà di parola (in particolare di articolare la locuzione “mamma mi compri…?”) di poster di supereroi, armi letali, raggi laser, vestiti da jedi, che sono andati a rimpiazzare il corredo di giochi educativi con cui avevo cercato di stimolarli finché ho detenuto la golden share in casa (diciamo fino ai loro due anni al massimo).
Quando sono arrivate le sorelle avevo pensato ingenuamente di intrattenerle, almeno fino al compimento del primo anno di età, con gli stessi giocattoli ninja guerreschi armati dei fratelli. Quando la mia Livia ha compiuto un anno, però, mi ha piantato una tale grana davanti alla vetrina di un negozio di bambole a Loreto, che ho dovuto precocemente cambiare rotta, e così la mia casa è stata investita da una ventata, una bufera più che altro, di rosa, e prima che ce ne accorgessimo ci siamo ritrovati tutti e sei a cantare I sogni son desideri con Cenerentola.
So bene che essere maschio e femmina non si riduce a una questione di principesse e cavalieri, ma so altrettanto bene che la nostra identità sessuale ci segna in ogni cellula, in ogni fibra del nostro essere, e non è un orientamento culturale, né qualcosa che riguarda solamente il sesso. Parliamo, pensiamo, agiamo, amiamo, sentiamo, viviamo e poi ci muoviamo, mangiamo, dormiamo, scherziamo, ci divertiamo in modi profondissimamente diversi, a seconda che siamo maschio o femmina. Dio ci ha creati maschio e femmina a sua immagine, questa è la verità sull’uomo, ed è una verità che parla di una ricchezza stimolante e bellissima. Parla di una relazione, come anche il nostro Dio, Trinità, è relazione.
Ogni donna si definisce in base alla relazione che ha con l’uomo, e viceversa. Così è evidentemente per gli sposati, ma così dovrebbe essere anche per i consacrati, uomini e donne, che non devono avere paura, ma venerazione per la differenza. Non c’è niente di più casto, cioè generoso e disposto al dono, di una vera profonda amicizia. Anche tra uomo e donna. Anche tra un sacerdote e una donna, anche tra una suora e un uomo.
fonte> Credere

venerdì 7 febbraio 2014

«ma, come si dice, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi» ...

...speriamo!

di Giuliana Zimucci   (liberamente ispirato a Le lettere di Berlicche di C.S. Lewis)
Mio caro Malacoda,

devo ammettere che stai lavorando bene in questo periodo. La bacchettata del nostro socio col casco blu al Nemico è solo la ciliegina sulla torta che fino ad ora vai confezionando. Certo, riconosco che è da un po’ che ci stai lavorando e da un annetto in qua stai facendo passi rapidi e decisi. Bravo, bravo. Abbiamo rischiato molto, sai?

Il noto passo indietro del vicario ci ha messo in pericolo, il Nemico è molto astuto, e lo aveva convinto della necessità di una svolta. Ci siamo fregati le mani sperando che fosse la volta buona che la chiesa finisse nel baratro, ma anche stavolta ce l’hanno fatta. È arrivato quel tipo, il sudamericano, che piace tanto e sta facendo fessi pure i nostri associati. Si credono che voglia strizzargli l’occhio, ma tu sai mio caro nipote che non è così. E qui ti consiglio di intensificare il tuo lavoro. Eh si, perché quello viene da una delle formazioni più subdole e pericolose per noi, sono gli esperti della comunicazione, e chi rimane col palmo di naso e annodati mani e piedi siamo sempre noialtri. Non va bene. Ora, carissimo, sono molto soddisfatto del tuo ultimo colpo di mano, sai bene che la carta della pedofilia ha sempre una grande presa sulle nostre potenziali vittime, quindi cerca di giocartela bene.

Ti avviso, il Nemico sta già allinenado la sua difesa, che sappiamo bene quanto sia persuasiva. È da oltre 2000 anni che sopporta ogni tipo di sofferenza per quell’odioso sentimento che chiama ‘amore’ per i suoi figli, e prende su di sé i carichi più pesanti al solo scopo di convincerli a saguirlo. Ma tu lavorateli ai fianchi, sussurra alle loro orecchie le paroline tanto suadenti che conosci, come ‘tolleranza’, ‘libertà’, ‘autodeterminazione’, ‘eguaglianza’. Sono certo che se ti impegni riuscirai ad ottenere risultati soddisfacenti. Vedi quante anime ci sta procurando questa bella campagna sui sentimenti liberi? O quella sulla intercambiabilita’ tra sessi (geniale la tua idea di ridenominarli ‘generi’, si sa che la chiarezza è opera del Nemico e noi siamo qui per confondere le acque)?

Beh, adesso ti saluto carissimo Malacoda, e ti ricordo che non devi abbassare la guardia, mai. Il Nemico sospetta il nostro gioco e fino adesso è in vantaggio, ma io confido nel tuo operato e mi aspetto grandi successi, soprattutto li, in quel palazzo di vetro che pare goda di tanto credito tra gli uomini, almeno quelli più sprovveduti.
Tuo Berlicche

giovedì 6 febbraio 2014

Finita la tregua tra mondo e Francesco ... Vaticano, ONU, pedofilia!



Vaticano, ONU, pedofilia: riflessione di Enzo Bianchi

La Repubblica, 6 febbraio 2014
di ENZO BIANCHI
articolo in versione integrale
Solo un anno fa, alla vigilia delle inattese dimissioni di Benedetto XVI, la chiesa cattolica era nel mezzo della bufera a causa da un lato della progressiva e sempre più drammatica emersione dello scandalo degli abusi su minori commessi da suoi membri e, d’altro lato, dell’intrecciarsi di questa piaga con vicende finanziarie e intrighi curiali tutt’altro che cristallini quando non penalmente rilevanti.
Attendersi che un cambio di pontefice – per quanto sorprendente per diversità di stile e di approccio pastorale – fosse sufficiente per completare l’opera di risanamento avviata da benedetto XVI e per rendere giustizia di decenni di silenzi e sottovalutazione della gravità dei comportamenti era sintomo perlomeno di ingenuità se non di volontà di rimozione affrettata della questione.
Su questo tema, occorre riconoscerlo, gli ultimi decenni hanno visto un profondo cambio culturale nel quale la soggettività e i diritti dei minori sono emersi con forza, generando un giudizio morale di grave deprecazione per determinati comportamenti: per tutta la società occidentale, chiese comprese, i delitti di pedofilia sono diventati “delicta graviora”, reati tra i più gravi, e la condanna li colpisce con una forza sconosciuta in precedenza.
Ora il documento della Commissione ONU per i diritti dei minori riaccende doverosamente l’attenzione sugli abusi verso i minori da parte di persone – preti, religiosi, educatori – con responsabilità all’interno della chiesa cattolica. Non andrebbe tuttavia dimenticato che i dati attestano come la percentuale di tali crimini commessi all’interno delle istituzioni cattoliche non si discosti da quella relativa a qualsiasi tipo di istituzione per i minori, specialmente se prevede la convivenza quotidiana tra questi e gli educatori. 
Anche la diffusione della patologia pedofila nella società in generale è indipendente dalla prevalenza o meno della cultura, delle tradizioni e delle istituzioni cattoliche in un determinato paese. In questa incalzante attenzione verso i misfatti di tanti educatori cattolici, è motivo di rammarico constatare che sovente si privilegiano accenti scandalistici e si ignorino o sminuiscano dati di fatto o iniziative che tentano di porre rimedio e di sanare questa orribile piaga.
Quasi mai, per esempio, ci si interroga su quanto abbiano fatto – o non fatto – anche le istituzioni diverse dalla chiesa cattolica per offrire adeguata riparazione non solo economica alle vittime, per intervenire a prevenire il ripetersi di tali misfatti, per analizzare in modo documentato e interpretare il fenomeno, per prendersi cura anche dei colpevoli, così sovente vittime anch’essi di simili abusi durante la loro infanzia.
Come si è visto in questi anni, non basta invocare e attuare una “tolleranza zero” verso determinati comportamenti: occorre far precedere e accompagnare la dovuta repressione da un’opera quotidiana di educazione e di elaborazione di una cultura del rispetto della dignità di ogni essere umano, a cominciare dai più piccoli e indifesi, ma compresi anche i colpevoli di efferati delitti.
In questo senso il rapporto della Commissione ONU sul comportamento del Vaticano in merito agli abusi sui minori non sembra aiutare l’assunzione di responsabilità e consapevolezze, né sembra riconoscere quanto fatto in questi ultimi anni – e non solo negli ultimi dieci mesi – dalla chiesa cattolica per sanare una ferita che resta insanabile per le vittime ma che deve essere medicata, come doverosa prevenzione affinché non si ripetano abomini simili.
Il documento non aiuta perché sembra assimilare in toto Vaticano e chiese locali, singoli preti, vescovi e intere conferenze episcopali, comportamenti di istituzioni religiose risalenti a decenni addietro ed eventi di attualità; non aiuta perché pare ignorare gli sforzi compiuti e attenersi solo ai disastri causati; non aiuta perché inserisce nella doverosa stigmatizzazione della piaga della pedofilia altre questioni etiche che attinenti non sono, dall’aborto all’omosessualità.
Come si può, parlando di difesa dei minori, passare a rimproverare alla chiesa cattolica la sua posizione fermamente contraria all’aborto? E cosa ha a che fare il tipo di approccio teologico o pastorale all’omosessualità con la depravazione della pedofilia? E a quale altro stato membro od osservatore presso l’ONU si chiede esplicitamente di cambiare la propria costituzione o il codice civile o penale, come si fa con la S. Sede pretendendo che modifichi il Codice di diritto canonico?
L’impressione che emerge dalla lettura degli stralci del documento affidati ai media è che si sia voluto affrontare un male certamente detestabile e tenace non confrontandosi con l’istanza ecclesiale in modo franco e costruttivo in vista di una comune battaglia per estirparlo, ma reiterando condanne già espresse, ignorando cambiamenti avvenuti e considerando più o meno esplicitamente l’interlocutore cattolico come una controparte che non collabora alla soluzione del problema ma lo accresce a causa del suo stesso approccio etico.
Purtroppo da alcuni anni si può constatare che da parte di alcune istituzioni politiche occidentali sta crescendo un’ostilità anticristiana che – non accogliendo il messaggio etico, soprattutto della chiesa cattolica – finisce per accusarla di comportamenti che, se han fatto parte del passato, oggi sono condannati e, per quanto possibile, prevenuti e impediti.
Sorge allora una domanda: perché l’etica cristiana anziché essere ascoltata e poi, eventualmente, contestata o rifiutata, diventa una ragione per attaccare in modo pregiudiziale la chiesa cattolica e la sua ricerca di cammini di umanizzazione e di relazioni interpersonali autentiche, a difesa della vita e della dignità di ciascuno? Francamente ci saremmo aspettati da organismi internazionali una più attenta ricerca della verità e un’intelligente lotta contro il mancato riconoscimento dei diritti dei minori. 
Non giova a nessuno procedere con schemi ideologici su simili tragedie: non certo alle vittime, né alla chiesa, ma nemmeno alla società civile che evita in tal modo di porsi interrogativi fondamentali su un’etica condivisa e sulla degenerazione di un clima che disprezza l’altro e offende il più debole.

Species Theory


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Species Theory

DI ANDREA TORQUATO GIOVANOLI
Le mie figlie avevano un coniglio. Un piccolo cucciolo maschio, dal pelo batuffoloso e di colore bianco, come la neve.
A Sant’Ambrogio, infatti, le ho portate alla fiera degli “obej-obej” ed alla bancarella del venditore di animali mi hanno stretto d’assedio in maniera tale che alla fine non ho potuto che accontentarle e, come canta quel capelluto violinista: per due soldi, il coniglietto comprai.


Prima volta in assoluto che ho acconsentito ad avere un animale in casa, ed anche l’ultima, aggiungo, e vi spiego il perché.
In un primo tempo è andata bene: le bimbe erano tutte contente del loro cucciolo, se ne occupavano con responsabilità ed il piccolo coniglietto cresceva bene, felice come una Pasqua. Fino a quando una sera, dopo aver confabulato fittamente tra loro, le mie due figlie sono venute a dirmi che si erano stancate di avere un coniglio come animale domestico, poiché, mi hanno spiegato con dovizia compunta, loro in realtà avrebbero voluto un gatto.
In retrospettiva ammetto che forse in quel momento ho sbagliato io: il fatto è che stavo guardando il derby e un po’ superficialmente ho risposto loro che non era un grosso problema, visto che per quanto ne sapevo io, gatto o coniglio, se cucinati bene, non riesci a distinguerli.

Ma si sa come sono i bambini: mi hanno preso alla lettera, e da quella sera hanno iniziato a trattare il coniglio come se fosse un gatto, anzi, per la precisione, una gattina. Gli hanno cambiato il nome da Tamburino a Minù, gli hanno allacciato un vistoso fiocco rosa al collo, gli hanno insegnato a rincorrere un topolino meccanico, l’hanno costretto a fare i suoi bisognini in una scatola piena di sabbia e gli hanno cambiato la dieta: basta carote, solo pesce, latte e croccantini.
Lo dico con malcelato orgoglio paterno: sono state davvero brave. Poiché ad un certo punto anche il coniglio si è calato tanto nella parte della gattina che ha iniziato a giocare con i gomitoli di lana, a rifarsi le unghie sul bracciolo della poltrona, a strusciarsi contro le gambe di ogni visitatore che entrasse in casa. Ha persino imparato ad arruffare il pelo e a fare le fusa.
Le cose sono andate avanti così per un bel po’, e tutti sembravano contenti, perciò ho lasciato che fosse.
Poi però è successo un fatto. Una sera Minù ha deciso che era pronto per un salto di qualità nell’interpretazione del suo ruolo: ha deciso di avere l’estro. È uscito sul balcone, è saltato sulla ringhiera e, stando in equilibrio perfetto sulla balaustra, ha iniziato a zigare forte il suo richiamo d’amore.
È stato tanto convincente che ad un certo punto è arrivato un grosso gattone randagio, dal pelo scarmigliato ed orbo da un occhio, il quale, dopo aver girato un paio di volte attorno a quella strana gatta in calore, ha evidentemente deciso che poco gli importava che avesse le orecchie così lunghe: gli ha stretto la collottola tra le mascelle immobilizzandolo e l’ha preso da dietro con decisione. Più volte. Quindi, finito di fare il suo comodo, con fare sollazzato s’è defilato nella notte.

La mia impressione è che a Minù non sia piaciuta molto quell’esperienza, poiché da quel momento in poi ha iniziato ad entrare in una specie di depressione: se ne stava acquattato tutto il tempo nella sua cassettina, senza bere né mangiare, fino a quando, vedendolo davvero deperito, ho deciso di portarlo dal veterinario.
Dopo averlo visitato a lungo, e dopo che gli ho spiegato come sono andate le cose, il medico mi ha detto che l’animale non si sarebbe più ripreso, e tanto valeva sopprimerlo, per evitare che soffrisse ulteriormente, visto che si sarebbe lasciato comunque morire. Mi ha  spiegato infatti che un coniglio, per giunta maschio, non può essere allevato come se fosse una gatta, perché esiste un dato naturale che non si può sopprimere, e che se ignorato causa scompensi gravissimi alla vittima di tale sopruso, tanto da renderla mortalmente infelice. Un po’ perplesso gli ho chiesto che fine facevano allora tutti quei discorsi sul fatto che non importa di che specie nasci, ma quello che conta è di che specie scegli di essere. ”Balle!”, mi ha risposto mentre iniettava la dose letale al mio coniglio.

Sarà. Comunque l’anno prossimo a Sant’Ambrogio le mie figlie le porto al cinema.
E d’ora in poi in casa ci entrerà al massimo un tamagotchi, ma basta bestie (a parte me).

mercoledì 5 febbraio 2014

Un ('altra) brutta giornata...

Sede Onu e Piazza San Pietro

L'Onu dichiara guerra alla Chiesa
di Massimo Introvigne


Il 5 febbraio 2014 il Comitato per i Diritti del Fanciullo delle Nazioni Unite ha diffuso un rapporto di sedici pagine sulla conformità dei comportamenti dello Stato della Città del Vaticano alla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’Infanzia, cui la Santa Sede ha aderito «con riserva». L’adesione con riserva – che peraltro la Santa Sede aveva affermato di poter superare in futuro – è dovuta al timore che la Convenzione autorizzi un’eccessiva ingerenza di organi delle Nazioni Unite negli affari interni degli Stati sottoscrittori. Per questa stessa ragione il Parlamento degli Stati Uniti non ha mai ratificato la Convenzione, che pure il governo americano aveva firmato nel 1995, così che negli USA non è mai entrata in vigore.
Prima di esaminare il documento – la cui superficialità e faziosità ideologica lasciano davvero perplessi, e giustificano ampiamente le riserve quanto ai rischi d’ingerenza e violazione dei diritti sovrani degli Stati – occorre precisare che cos’è il Comitato per i Diritti del Fanciullo. Si tratta di un corpo di diciotto esperti eletti dagli Stati che hanno aderito alla Convenzione, le cui raccomandazioni non sono giuridicamente vincolanti. Si tratta dunque di una delle innumerevoli commissioni di esperti delle Nazioni Unite, per di più nominata con il «manuale Cencelli» dell’ONU, che tende a dare qualche posticino in qualche commissione a tutti gli Stati.

Tanto per dare un’idea, uno dei diciotto membri è stato designato dal governo della Siria e un altro da quello dell’Arabia Saudita, noti esempi di tutela dei diritti umani in genere e di quelli dei bambini – e delle bambine – in specie. La personalità più in vista, influente e nota del Comitato è la peruviana Susana Villarán, sindaco di Lima e cattolica «adulta» in perenne polemica con i vescovi del suo Paese, in particolare con il cardinale arcivescovo di Lima mons. Juan Luis Cipriani, per il suo sfrenato attivismo a favore del «matrimonio» omosessuale, dell’ideologia di genere e dell’aborto. Nota marciatrice dei gay pride, la Villarán si è distinta per i suoi attacchi alla Chiesa in materia di aborto e di omosessualità e ha simbolicamente «sposato» – il «matrimonio» omosessuale in Perù per ora non c’è – coppie di persone dello stesso sesso, fra cui la sua compagna di partito e stretta collaboratrice Susel Paredes e la sua «fidanzata» Carolina. Provocatoriamente, le cerimonie si sono svolte nel Parco dell’Amore di Lima, dove tradizionalmente gli sposi peruviani si fanno fotografare sotto la celebre statua «Il bacio» dello scultore Victor Delfín.
Chiarito dunque con chi la Santa Sede si è trovata ad avere a che fare, leggiamo insieme il bizzarro documento. Il Comitato nota una serie di settori dove la Santa Sede non rispetterebbe la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, e raccomanda al Vaticano le opportune riforme. Esaminiamo i settori principali. Primo: omosessualità – che non c’entra molto con i diritti dell’infanzia, ma viene fatta rientrare affermando che il Comitato si preoccupa di tutelare «gli adolescenti e i bambini gay, lesbiche, bisessuali e transgender». Per difendere questi bambini precoci il Comitato invita la Chiesa a seguire «la dichiarazione progressista rilasciata da Papa Francesco nel luglio 2013» – il famoso «chi sono io per giudicare?», che però si riferiva alle persone, che certo non vanno mai giudicate in quanto tali, e non ai comportamenti o alle leggi – e a ripudiare «i precedenti documenti e dichiarazioni sull’omosessualità». Come questa entrata a gamba tesa nel campo della dottrina morale cattolica rientri nelle competenze di un Comitato per i Diritti del Fanciullo non è veramente spiegato.
Secondo: uguaglianza fra uomini e donne. La Santa Sede è criticata perché non usa sempre un linguaggio «gender inclusive» e perché parla di «complementarietà» del ruolo maschile e femminile, il che implica che i due ruoli siano diversi, il che è contrario all’ideologia che il Comitato vuole imporre.
Terzo: punizioni corporali. Dopo un excursus sulle Case Magdalene irlandesi, che mostra come i membri del Comitato passino troppo tempo al cinema e abbiano visto il pessimo film di Peter Mullan – a parte le imprecisioni, il tema non sembra di bruciante attualità posto che l’ultima di queste case è stata chiusa nel 1996 –, il rapporto si schiera contro qualunque forma di punizione corporale, con considerazioni non solo pedagogiche, che potrebbero essere in parte condivisibili, ma anche teologiche. Si chiede che la Santa Sede «si assicuri che un’interpretazione della Scrittura tale da non giustificare le punizioni corporali si rifletta nell’insegnamento della Chiesa e […] sia incorporata nell’insegnamento e nell’educazione teologica». A prescindere dal merito, è interessante notare come il Comitato pretenda addirittura di dettare alla Chiesa come vada interpretata la Sacra Scrittura.
Quarto: pedofilia. Con una completa assenza di note e riferimenti precisi, si parla di «decine di migliaia» di bambini vittime dei preti pedofili. Sarebbe interessante sapere da dove vengono queste statistiche, mentre si sa da dove vengono certe informazioni contenute nel rapporto su un presunto intervento del 1997 del nunzio in Irlanda monsignor Luciano Storero (1926-2000) perché i vescovi irlandesi nascondessero i preti pedofili alle autorità civili. Vengono da un attacco del 2011 del governo irlandese alla Santa Sede, pieno di inesattezze, cui la Santa Sede – come abbiamo a suo tempo documentato su queste colonne – ha risposto in modo dettagliato.

Intendiamoci: questo giornale ha sempre premesso a ogni discorso sui preti pedofili che purtroppo, come ci hanno insegnato Benedetto XVI e Papa Francesco, la pedofilia nel clero è un dramma reale, non inventato, che non va nascosto e di cui vanno indagate le cause, che derivano anzitutto dal diffondersi di una morale «lassista» e «progressista» nei seminari e tra i sacerdoti. Tuttavia il rapporto riprende statistiche folkloriche e accuse indiscriminate. Loda alcune misure introdotte dalla Santa Sede nel 2013, ma dimentica tutte quelle precedenti, in un maldestro tentativo di contrapporre il Vaticano di Papa Francesco a quello di Benedetto XVI. Soprattutto, si dimentica di dire che queste misure hanno funzionato, e possono costituire anzi un modello per altre istituzioni che hanno gli stessi problemi di pedofilia e che sono assai meno vigorose della Santa Sede nel contrastarli. Mi scuso per lo spot pubblicitario, ma devo rimandare al libro appena uscito che ho scritto con lo psicologo Roberto Marchesini «Pedofilia. Una battaglia che la Chiesa sta vincendo» (Sugarco, Milano 2014), dove si troveranno dati e cifre precise.
Quinto: aborto. Dopo avere evocato il consueto caso pietoso della bambina brasiliana di nove anni che aveva abortito nel 2009, il Comitato «richiede con urgenza alla Santa Sede di rivedere la sua posizione sull’aborto e di modificare il canone 1398 del Codice di diritto canonico relativo all’aborto, allo scopo di precisare le circostanze in cui l’aborto è permesso». A questa «urgenza» ha già risposto Papa Francesco nell’esortazione apostolica «Evangelii gaudium»: s’illude chi si aspetta «che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione. Voglio essere del tutto onesto al riguardo. Questo non è un argomento soggetto a presunte riforme o a “modernizzazioni”. Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana».
Sesto: contraccezione. La Santa Sede è invitata a «garantire agli e alle adolescenti l’accesso alla contraccezione», che peraltro non è un’alternativa all’aborto, visto che contemporaneamente va loro garantita la «salute riproduttiva» il che, come si è visto, implica modificare la dottrina cattolica sull’aborto.
La Chiesa – lo abbiamo detto – ha più volte riconosciuto le responsabilità di un certo numero di preti e vescovi nel vergognoso dramma della pedofilia, e ha preso misure drastiche che si stanno rivelando efficaci. Questo documento tuttavia è la prova di come la tragedia dei preti pedofili sia usata come pretesto e come clava per aggredire la Chiesa Cattolica e ingiungerle «con urgenza» di cambiare la sua dottrina in materia di omosessualità, aborto e contraccezione, affidando a commissioni di esperti «politicamente corretti» perfino l’interpretazione della Sacra Scrittura.
Il 18 novembre 2013, citando il romanzo Il padrone del mondo di Robert Hugh Benson (1871-1914) Papa Francesco ha denunciato il tentativo totalitario d’imporre alla Chiesa la «globalità egemonica» del «pensiero unico». I poteri forti – fra cui rientrano certamente certi comitati di certe organizzazioni internazionali – ci dicono, ha detto il Papa, che «dobbiamo essere come tutti, dobbiamo essere più normali, come fanno tutti, con questo progressismo adolescente». Poi purtroppo «segue la storia»: per chi non si adegua al pensiero unico arrivano, come ai tempi degli antichi pagani, «le condanne a morte, i sacrifici umani». Sbaglia chi pensa che siano cose di un passato remoto, «Ma voi – ha chiesto il Papa – pensate che oggi non si facciano, i sacrifici umani? Se ne fanno tanti, tanti! E ci sono delle leggi che li proteggono». È perché la Chiesa si oppone a queste leggi che, usando la tragedia – reale – della pedofilia tra il clero come punto di partenza e come pretesto, la si colpisce con aggressioni che stanno ormai diventando intollerabili.

lunedì 3 febbraio 2014

Neocatecumenali: >>> INVIO DELLE FAMIGLIE IN MISSIONE UDIENZA DEL PAPA - Aula Paolo VI° 01.02.2014

INVIO DELLE FAMIGLIE IN MISSIONE UDIENZA DEL PAPA 01.02.2014 (1° parte)





Udienza di papa francesco ai rappresentanti del Cammino Neocatecumenale 1.2.2014

                                                                                            ***   *  ***

UDIENZA DEL PAPA COL CAMMINO NEOCATECUMENALE.

 I COMMENTI da Kairòs

Il Papa con Kiko Arguello


Il Papa ai Neocatecumenali: lasciate libero chi va via

di Luigi Accattoli
in “Corriere della Sera” del 2 febbraio 2014
La Chiesa Cattolica qui da noi è in ritirata, ma ci sono i movimenti ecclesiali che invece vanno 
crescendo e quelli che crescono di più sono i Neocatecumenali: ieri mattina hanno avuto un fastoso
incontro con Papa Francesco, che li ha lodati ma anche richiamati su tre punti, uno dei quali — il 
più doloroso — riguarda la libertà degli affiliati. Anche la libertà — ha precisato il Papa — di chi 
voglia andarsene e cercare «altre forme di vita cristiana». 
Da Paolo VI a oggi — cioè da quando i Neocatecumenali, nati in Spagna, hanno iniziato a essere 
presenti a Roma, 45 anni fa — tutti i Papi hanno lodato questo movimento per la capacità di 

crescita, per i tanti figli, per la missionarietà (ieri Francesco ha consegnato i crocifissi a 414 
famiglie in partenza per la Cina, l’India, la Mongolia…) ma li hanno anche, sempre, richiamati al 
rispetto della disciplina cattolica soprattutto in materia di liturgia, obbedienza ai vescovi locali, 
rispetto della libertà di coscienza degli aderenti. 
L’originalità dell’incontro di ieri è che Francesco li ha sia lodati più degli altri Papi sia richiamati 
con maggiore severità. Papa Bergoglio è meno diplomatico dei predecessori e dice più direttamente 
quello che apprezza e quello che disapprova. 
«Ringrazio il Signore per la gioia della vostra fede e per l’ardore della vostra testimonianza» ha 
detto Francesco che si è complimentato per i figli «che qui sono tanti» e ha invitato a mostrarglieli. 
I papà e le mamme hanno preso in braccio i piccoli ed è stato un tripudio di bimbi. Li ha ringraziati 
per la capacità di andare in missione: «La Chiesa vi è grata per la vostra generosità». 
Ma ecco subito i richiami: «Alcune semplici raccomandazioni». La prima è di rispettare le direttive 
dei vescovi: «Avere la massima cura per costruire e conservare la comunione all’interno delle 

Chiese particolari nelle quali andrete a operare». E se un vescovo — poniamo — non accettasse le 

loro liturgie separate, dovrebbero mettervi fine perché — ha detto Francesco — «può essere meglio 
rinunciare a vivere in tutti i dettagli ciò che il vostro itinerario esigerebbe, pur di garantire l’unità». 
La seconda è l’inculturazione che sta a cuore al Papa gesuita che ieri ha raccomandato ai 
neocatecumenali — tendenti a trapiantare ovunque la loro pedagogia italo-spagnola — «una 

speciale attenzione al contesto culturale nel quale voi famiglie andrete a operare». 
La terza, la più puntuta, riguarda l’eccesso di autorità interna: «La libertà di ciascuno non deve 
essere forzata, e si deve rispettare anche la eventuale scelta di chi decidesse di cercare, fuori dal 

Cammino, altre forme di vita cristiana». 
Tra i vescovi italiani che hanno avuto rapporti difficili con i neocatecumenali (compresi i cardinali 
Biffi, Martini, Pappalardo, Piovanelli, Tonini), quello che ha mosso la critica più severa alla vita 
interna del movimento è stato l’arcivescovo di Catania Luigi Bommarito che nel 2001 accusò le 
guide delle loro comunità di «scarnificare le coscienze con domande che nessun confessore 

farebbe». La spinta delle guide al più gran numero di figli, a mettere a disposizione del movimento i

propri beni, a partire per paesi lontani, a inserire nel movimento il partner è la recriminazione più 

frequente dei fuoriusciti, che si esprimono anche in siti internet intitolati «La verità sul Cammino 

Neocatecumenale» e simili. 
Ma il movimento l’ha spesso vinta su ogni critica che venga dall’interno della Chiesa a motivo della
buona salute numerica: sono presenti in 124 nazioni, hanno quasi duemila preti, un centinaio di 

seminari e più di duemila seminaristi. Dove gli altri chiudono, loro aprono seminari e missioni. Su 

questa vitalità hanno molto battuto Kiko Arguello e Carmen Hernández — i due fondatori — nel 

presentare al Papa i diecimila seguaci che riempivano l’Aula.

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Meeting with the members and families of the Neo-Catechumenal Way (ITA)




Il Papa benedice le famiglie inviate in missione. «Andate, ma ricordate che Dio arriva prima»





Papa Francesco ha incontrato i rappresentanti del Cammino Neocatecumenale e 174 famiglie, con oltre 900 figli, che partiranno per 40 missioni: «Dio ama l’uomo così com’è, anche con i suoi peccati. Lui arriva prima di noi, ovunque»






«Ringrazio il Signore per la gioia della vostra fede e per l’ardore della vostra testimonianza cristiana. Grazie a Dio!». Questa mattina Papa Francesco ha incontrato i rappresentanti del Cammino Neocatecumenale e in particolare le famiglie “inviate” in “Missio ad gentes” in ogni parte del mondo. Andare nel mondo, ad annunciare il Vangelo, consapevoli che «Dio ama l’uomo così com’è, anche con i suoi peccati» e che «Dio arriva sempre prima di noi, anche nelle culture più lontane», dunque è necessario saper «riconoscere l’azione che lo Spirito Santo ha compiuto nella vita di ogni popolo». Queste sono state le raccomandazioni del Pontefice.
Erano più di 8.000 i presenti in Aula Paolo VI; e c’erano anche tantissimi bambini. Ad accompagnarli e presentarli al Pontefice è stato Kiko Arguello, uno degli iniziatori del Cammino. Ha presentato le 174 famiglie, con oltre 900 figli, che stanno per partire per 40 nuove Missiones ad gentes, di cui 15 in Asia (Cina, India, Vietnam e Mongolia) e oltre venti in Europa: diventano così 450 le famiglie “inviate” nel mondo e 56 le Missiones operanti in Europa.
POCHE E «SEMPLICI RACCOMANDAZIONI». «Ringrazio il Signore per la gioia della vostra fede e per l’ardore della vostra testimonianza cristiana», ha esordito il Pontefice, che poi si è rivolto affettuosamente ai bambini presenti. «Proprio a nome della Chiesa, nostra Madre, la nostra Santa Madre Chiesa gerarchica, come amava dire Sant’Ignazio di Loyola – ha proseguito – vorrei proporvi alcune semplici raccomandazioni». Francesco ha invitato le famiglie in partenza ad avere «massima cura per costruire e conservare la comunione all’interno della Chiesa». Le ha esortate a ricordare che «lo Spirito di Dio arriva sempre prima di noi, il Signore ci precede». «Da qui scaturisce la necessità – ha osservato il Papa – di attenzione all’ambiente culturale e di impegnarsi a imparare le culture che si incontrano sapendo riconoscere l’azione che lo Spirito ha compiuto nella vita di ogni popolo».
Alla fine il Pontefice ha pregato i partenti ad avere «cura gli uni degli altri, in particolare dei più deboli: portate a tutti l’amore di Dio, dite che Lui ama l’uomo così com’è, anche con i suoi peccati. Siate messaggeri e testimoni dell’infinita bontà e dell’inesauribile misericordia del Padre»
Tempi






Tre tirate d’orecchie del papa a Kiko e Carmen   
Settimo Cielo - L'Espresso
 

(Sandro Magister) L’aula delle udienze era piena come un uovo, la mattina di sabato 1 febbraio, al primo incontro del Cammino neocatecumenale con papa Francesco. Stando alla meticolosa contabilità di questo movimento fondato da Kiko Argüello e Carmen Hernández, (...)

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Korazym
(Angela Ambrogetti) Aula Paolo VI stracolma per l’incontro del Papa con il Cammino Neocatecumenale questa mattina. Francesco ha benedetto le 40 nuove missioni ad gentes composta da un centinaio di famiglie. Questa è la prima volta, che il Papa riceve  in udienza migliaia di persone (...)

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Pope tells missionary group to respect culture
AP
 

Pope Francis has told members of a controversial missionary movement that they must respect local customs and the guidance of local bishops as they spread the faith. Francis met Saturday with several thousand members of the Neocatechumenal Way, a community (...)

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Francisco recomienda a neocatecumenales que garanticen la unidad de los católicos   
EFE - Yahoo
 

El papa Francisco recibió hoy en audiencia a cerca 10.000 miembros del Camino Neocatecumenal y les instó a garantizar la unión de la comunidad católica, aunque esto suponga "renunciar" a algunos detalles que caracterizan el movimiento. En su mensaje,(...)

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Radio Vaticana
Pope Francis met with about 8,000 members of the Neocatechumenal Way on Saturday in the Paul VI Hall. During the audience, with a solemn prayer and blessing, the Pope sent off members of the community on mission to countries throughout the world. Prior to the (...)